Data: 7 marzo 2010Letture: 559
Ennio Flaiano, un umorista prestato al cinema e al teatro
Cento anni addietro (il 5 marzo del 1910) nasceva a Pescara Ennio Flaiano, grande umorista dal genio multiforme: fu sceneggiatore cinematografico e autore teatrale oltre che giornalista e critico (collaborò con “Oggi“, “Mondo“, “Cine Illustrato“, “Star“, “L’Europeo” e il “Corriere della Sera“).
Fu anche un grande scrittore: il suo capolavoro “Tempo di uccidere” vinse nel 1947 il primo Premio Strega (ispirò nel 1989 il bel film diretto da Giuliano Montaldo) e “Il gioco e il massacro” si aggiudicò nel 1970 il Premio Campiello. Dopo una infanzia trascorsa in giro per l’Italia, si fermò a Roma e si iscrisse alla facoltà di Architettura senza conseguire la laurea; amò Roma di un amore contraddittorio (arrivò a definirla «bivacco di rovine») e fece oggetto sia la città che i suoi cittadini (spesso insultati e derisi) del suo duro sarcasmo.
Per anni fu lo sceneggiatore preferito di Federico Fellini e gli fornì i superbi soggetti per “Lo sceicco bianco” (1952), “I vitelloni” (1953), “Il bidone” (1955), “Le notti di Cabiria” (1957), “La dolce vita” (1960), l’episodio di “Boccaccio 70” (1962), “Otto e mezzo” (1963) – l’artista in crisi interpretato da Marcello Mastroianni era certamente una diversa maschera di Flaiano oltre che dello stesso Fellini – e “Giulietta degli spiriti” (1965). Collaborò anche con Blasetti, Monicelli, Zampa, Lattuada, Soldati, Antonioni e molti altri registi ancora, scrivendo oltre 80 sceneggiature, molte delle quali per i film italiani più riusciti nel periodo compreso tra il 1947 e il 1971. In campo internazionale collaborò alla sceneggiatura di “Vacanze romane” (1953) di William Wyler e fornì il soggetto per “Sweet Charity” (1969) di Bob Fosse, tratto da “Le notti di Cabiria“.
Col cinema visse però un rapporto di odio-amore: non si sentiva riconosciuto nel suo ruolo cruciale di soggettista e riteneva che la sua carriera cinematografica fosse precaria e poco gratificante perché il regista veniva considerato sempre e soltanto come il vero autore, al di là di una buona sceneggiatura. Tra l’altro, Fellini ebbe modo di dire ingiustamente che la collaborazione alla sceneggiatura di Ennio si riduceva a «interventi estemporanei e non a una vera e propria stesura dei testi». Flaiano si dedicò inoltre al grande teatro umoristico con le sue farse straordinarie: “La guerra spiegata ai poveri” (1946), “La donna nell’armadio” (1957), “Il caso Papaleo” e “Un marziano a Roma” (1960), e “La conversazione continuamente interrotta” (1972).
Segnato da una tragedia esistenziale (nel 1942 aveva avuto la figlia Luisa, detta Lelè, che si era ammalata di una grave forma di encefalopatia con gravi handicap), aveva scritto: «Sei stato condannato alla pena di vivere. La domanda di grazia, respinta… Coraggio, il meglio è passato»); narrò questa tremenda esperienza di vita ne “La Valigia delle Indie” (uscito postumo). Fu colpito da un infarto nel 1971 e – prima che un secondo episodio fatale lo cogliesse a Roma ad appena 62 anni il 20 novembre 1972 mentre era ricoverato per sottoporsi a un banale controllo clinico – raccolse e catalogò molte delle sue preziose carte inedite (tra le quali: progetti di sceneggiature, scritti per la radio o la televisione, copioni teatrali, aneddoti su film mai fatti, critiche cinematografiche, pamphlet, elzeviri e osservazioni di costume), che furono pubblicate postume (“Opere – Scritti postumi” e “Opere 1947-1972“).
Critico controcorrente, Flaiano fu uno scettico al di fuori dal “coro dei movimenti letterari e degli schieramenti ideologici“, un dissacratore dotato di comico senso tragico (un ossimoro che mai è stato così vero) e di una forte spinta morale intrisa di sarcasmo e pessimismo, uno spregiudicato intellettuale capace di cogliere i paradossi della vita e di dare un’impietosa interpretazione della realtà italiana del suo tempo (con straordinario intuito profetico, nel 1970 scriveva: «Fra 30 anni l’Italia sarà non come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione»). Fu il primo ad intuire la crisi della persona umana per colpa del consumismo (col suo venir meno di valori morali e punti di riferimento) e dell’eccesso di una comunicazione mass-mediale volgare e superficiale (aveva scritto: «La civiltà del benessere porta con sé proprio l’infelicità»).
La critica e storica della letteratura Lucilla Sergiacomo – che sullo scrittore ha pubblicato “Invito alla lettura di Flaiano” (Mursia, 1996) – in una intervista ha osservato che per la sua «capacità di fondere la noia di vivere e l’ironia» la risata di Flaiano «è il riso satirico, non quello liberatorio della comicità pura… dietro all’effetto immediato e al riso, c’è la profondità di un pensiero disincantato, un cupo nichilismo senza speranza». Scrive ancora la Sergiacomo: «Nella sceneggiatura de “I vitelloni”, ad esempio, nella sonnolenta città balneare che fa da sfondo all’azione dei protagonisti si può riconoscere Pescara, non solo la Rimini del film di Fellini, così come in Moraldo, l’unico del gruppo di amici che parte e tradisce gli altri, si può ritrovare la controfigura di Ennio Flaiano, che insieme a Fellini e Pinelli fu autore del racconto “Moraldo in città”, a cui è ispirato il film.»
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Categorie: Approfondimento, Cinema Italiano, Personaggi, Teatro
Parole Chiave: Boccaccio 70, Ennio Flaiano, Giulietta degli spiriti, I vitelloni, Il bidone, Il caso Papaleo, Il gioco e il massacro, Invito alla lettura di Flaiano, La conversazione continuamente interrotta, La dolce vita, La donna nell'armadio, La guerra spiegata ai poveri, La Valigia delle Indie, Le notti di Cabiria, Lo sceicco bianco, Otto e mezzo, Tempo di uccidere, Un marziano a Roma






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