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#1 | RIFF – Rome Indipendent Film Festival 2012

Una seconda giornata lenta, accesa dai lampi dell’animazione

#1 | RIFF – Rome Indipendent Film Festival 2012

Anche la seconda giornata del RIFF è passata, lasciando un misto di sensazioni contrastanti nei nostri palati cinematografici: assistere a un festival sicuramente arricchisce e riempie i nostri occhi e le nostre menti, ma prima di assimilare in maniera totale tutto ciò che abbiamo visto forse dovremmo cercare di passare un po’ al setaccio le nostre visioni.

Si inizia con un documentario, che, animazione esclusa, è a nostro avviso la sezione del RIFF più interessante e stimolante. The new world, dunque, opera dell’estone Jaan Tootsen. Questo è un documentario che si prende onori e oneri di mettere in luce – anzi, più che luce si tratta in effetti del buio della sala cinematografica – il movimento Uus Maalim (“Il nuovo mondo”), organizzazione che aveva dato a vita a Tallinn, in Estonia, a un esperimento simile a quello di una comune, un centro sociale eco-sostenibile. Una realtà che vediamo nascere sotto il segno della protesta, come modello alternativo a quello della metropoli occidentale, e che attraverso le vicissitudini e il tempo osserviamo costretta a venire a patti e omologarsi a quella stessa società civile e alla sua burocrazia alle quali si opponeva, tutto questo nel tentativo di restare in vita e in contatto con il resto della vita della città, senza slegarsene.
Il messaggio del documentario è quindi abbastanza auto-evidente e nonostante l’epilogo, che punta a spiegare come l’esperienza de “Il nuovo mondo” sia divenuta un punto di riferimento per altri movimenti sociali dal basso e profondamente alternativi (almeno in confronto a quello globalmente diffuso nell’occidente), la sensazione che percorre tutta l’opera è più quella, sin dall’inizio, di un ultimo omaggio a un bel sogno, quasi un suo epitaffio. Non che sia un male di per se stesso, ma questo sentimento mina qua e là tutto il percorso narrativo, a volte accendendo la compassione verso gli abitanti de “Il nuovo mondo”, a volte rendendoli poco interessanti se non antipatici nel loro essere naif. Per questo motivo, nonostante la sicuramente pura volontà documentaristica e testimoniante del regista Jaan Tootsen, anche se l’opera si articola in maniera leggera e semplice, seguendo percorsi di indagine e soluzioni visuali e testuali ampiamente note e codificate, il tutto non morde più di tanto. Al di là dunque del potenziale (soggettivo) interesse per l’operazione sociale mostrata – che poi sappiamo benissimo, soprattutto dinanzi a un caso come questo, essere il vero ago della bilancia del gradimento e della soddisfazione di occhi e mente – il documentario in sé e per sé poteva forse sacrificare un po’ del suo spirito veritiero (che d’altro canto al cinema è sempre e comunque oggetto di dubbio) per una più coerente e coesa drammatizzazione e una conseguente e maggior accattivante resa cinematografica.

La giornata del RIFF continua con la sua specialità, ossia con uno dei generi cinematografici più snobbati dai cosiddetti cinefili eppure tra i più gravidi di implicazioni e suggerimenti cinematografici: l’animazione. L’animazione che, oltretutto, è uno dei pochi ambiti dove ancora gli artisti possono cimentarsi con più che discrete libertà di sperimentazione e – non poco importante – dove il pubblico in sala si dispone in religioso silenzio e non distoglie mai la propria attenzione dallo schermo. Sono state proiettate due opere, entrambe in 3D: l’irlandese The boy in the bubble, per la regia di Kealan O’Rourke e Of mice (a cat) & men, diretto dalla francese Camille Bovier Lapierre. Sono due piccole gemme di animazione, con tempi comici e drammatici perfetti: riescono a convogliare in tempi relativamente brevi molto più materiale e molto più “cuore” di quanto vi riescano opere finzionali con attori in carne ossa della stessa durata e/o tematica. L’opera di O’Rourke è la breve storia di un giovane ragazzo, il cui il tradimento del primo amore lo ferisce terribilmente e che cerca nei libri di magia un modo per non soffrire più un tale dolore: ma non staremo certo a raccontarvi se e come questo funzionerà. Narrato da Alan Rickman e con evidenti influenze à la Burton (unica nota, questa, leggermente fastidiosa), The boy in the bubble resta un fulgido esempio di come la stessa storia, affidata anche a una giovanissima star di Hollywood, avrebbe avuto un decimo dell’impatto visivo ed emotivo che effettivamente il corto irlandese ha. Parole invece di sommo elogio (poche ma buone, dunque) per l’opera della Lapierre: la storia di un minuscolo paesino in riva al mare sorretto da una routine apparentemente dolce e invece piena di amarezze e sofferenza, sempre rivisitate in chiave tragi-comica e sempre dunque altamente digeribili e anzi, è davvero un peccato che, a un certo punto, il corto (inevitabilmente) finisca. Pieno di personaggi tratteggiati con esagerazione e affogati con chiaro divertimento in uno humor nero e, nondimeno, nonostante un finale molto più che drammatico, Of mice (a cat) & men riesce a liberare gioia e allegria e a strappare risate a tutta una sala sempre divertita e, come ricordato prima, incredibilmente attenta e straordinariamente silenziosa (di questi tempi, una rarità).

Dopo la piccole e felicissima parentesi dell’animazione arrivano tre cortometraggi nostrani, prima di lasciare spazio alla serata, animata da Ombre di Emanuele Pica e dal lungometraggio danese Room 304, per la regia di Brigitte Stærmose. Ci soffermeremo però sui tre corti, utili a produrre un breve punto di discussione. Si tratta di In fondo a destra, diretto da Valerio Groppa, Lutto di civiltà, diretto da Pierluigi Ferrandini e Pretexto Andaluso, diretto da Lucrezia Lamartire. Queste tre opere brevi ci hanno confermato i nostri sospetti sull’attuale status quo del cinema nostrano, sospetti ben visibili in tutte le fasce di distribuzione – o se preferite target – quindi non un insieme di riflessioni che destiniamo solo al cinema “commerciale” o “indipendente” – con tutto il vuoto che ormai riempie queste catalogazioni. Sono tre opere chiaramente create con passione e con innumerevoli sforzi. Ci sono, nel rispettivo ordine, tematiche sociali attuali, tematiche storiche e il problema della non-memoria nazionale e la volontà di creare uno stato d’animo sospeso con il sapiente intreccio di suoni e immagini. Messa in questo modo, vedendo le anime che muovono i fili di queste tre opere, che altro chiedere di più? Se oggi avessimo un cinema sociale, storico politico e – usiamo il prossimo termine per amor di discussione – artistico, perché dovremmo lamentarci?
Ci lamentiamo perché la questione è ormai consolidata, annosa e non accenna a sparire. In fondo a destra narra di un anziano signore con una gran parlantina e di un venditore porta a porta di aspirapolveri con (almeno in partenza) giusto il tempo di siglare l’affare. Non sveleremo niente a nessuno dicendo che si tratta di un’opera incentrata sulla solitudine dell’anziano, reso con maestria da Sergio Fiorentini: e lo diciamo senza remore perché non c’è altro. Un corto essenziale, forse. Ma per tutto quello che offre è fin troppo lungo e vuoto, privo di emozione drammatica – se non quella portata dal recitato di Fiorentini: in pratica girato in funzione di un obiettivo tematico (raggiunto e esplicato, anche se non per merito della regia) e che lascia il resto non al caso, ma a un secondo grado di importanza, più basso, più lontano. Si dirà che siamo esagerati nei confronti di In fondo a destra, ma a prescindere che possa piacere o no, come lo si è visto, temiamo lo si dimentichi, mentre invece, anche utilizzando tematiche come questa in esame, pur se abusata e rovinata da pubblicità sociali o servizi di telegiornali piatti come acciughe, si potrebbe crediamo fare qualcosa di più. E se non ci fosse qualcosa di più, forse non farlo affatto (assolutamente nulla di personale con quest’opera, è solo che tanti casi analoghi fanno pensare a un sovrappopolazione cinematografica, cosa che francamente serve a molto poco). Il discorso fin qui fatto, mutatis mutandis, vale anche per gli altri due corti nostrani: Lutto di civiltà e Pretexto Andaluso. Il primo parla dell’omicidio fascista del deputato socialista Di Vagno, pagina nerissima della nostra storia che nessuno ricorda o meglio che tutti ignorano. Ferrandini porta la vicenda ai nostri occhi e di questo gliene diamo enorme merito. Ma nonostante il calore della vicenda, le soluzioni sono così fredde e distanti dalla sensibilità di oggi che a fine visione sembra che qualcosa manchi, che l’opera non abbia colpito là dove era programmata per farlo. Ora, ci rendiamo conto che le scelte estetiche sono tali perché prese da professionisti della visione e dell’espressioni (almeno così è di solito) e che, come tali, vanno rispettate: ma perché quella fotografia grigia e spenta, che distanzia dalla narrazione? E se è vero – come è vero – che è stata riproposta l’eloquenza del tempo, il modo di parlare ora quanto mai arcaico e pure un po’ ridicolo, perché riproporne anche le forme visive? Le posture da locandina del personaggio di Vagno e dei fascisti per le campagne (e un giovane fascista che sembra una sorta di pre-Al Capone, tanto erano gli anni Venti per tutti…) rimandano direttamente e correttamente all’iconografia del tempo: ma se si voleva trovare una nicchia per la vicenda nella memoria degli spettatori, è stata poi una scelta così saggia ricalcare in maniera più che fedele le forme di rappresentazione che sono già legate e impegnate in altri fatti e altre visioni “complete” della storia? Composta di immagini che le appartengono ma che non la definiscono, l’opera di Ferrandini è cruda e fredda, tagliente, ma non taglia e non si conficca.

Ancora una volta: chiarito l’obbiettivo e – almeno in teoria – raggiunto – è stato fatto di tutto per soddisfare questa esigenza? Tenendo conto che ogni aspetto della produzione serve a raggiungere l’obiettivo finale. Stessa storia, ma più breve, per l’opera di Lucrezia Lamartire: un lavoro registicamente interessantissimo, con una composizione delle immagini stupenda e montato in perfetta sinergia con la musicalità di un parlato tra poesia, nenia e canzone popolare. Interpretazioni frammentate e nervose che aggiungono ritmo a un’opera che dona tutti i suoi battiti a chi sta al di là dello schermo e che… non è preparato. Non sappiamo dire cosa manchi a Pretexto Andaluso, al punto che l’unica cosa che può lasciare perplessi è la sua evidente complessità, che non è comunque affatto un demerito, anzi, a volte, soprattutto se confrontata con altre opere, funge da cartina tornasole per apprezzare l’impegno e la cura a tutti ma proprio tutti gli aspetti della cinematografia.

Forse, dopo anni di abitudini non sane e di visioni buone solo in parte, il problema di Pretexto Andaluso siamo noi spettatori: sempre più inadatti, sempre più lenti, sempre più lontani da qualsiasi opera che ci voglia donare e non impartire.

Hai letto: #1 | RIFF – Rome Indipendent Film Festival 2012scritto il 15/04/2012 da Gianni Barchiesi

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