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Stampa Articolo Pubblica In Treatment: critica di un successo annunciato su Facebook Ascolta In Treatment: critica di un successo annunciato Data: 13 dicembre 2008
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In Treatment: critica di un successo annunciato




in_treatment_locandinaIn Treatment, ovvero: non tutte le ciambelle riescono col buco, nemmeno quando si hanno i migliori ingredienti a disposizione (compresa l’originalita’) e i piu’ raffinati cuochi ai fornelli (il figlio “del” premio Nobel alla letteratura per eccellenza, G. Garcia Marquez, alla regia, affiancato nella produzione dal talentuoso Mark Whalberg, ex ragazzo difficile ora attore affermato e prediletto pupillo di George Clooney).




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Per non parlare di un incredibile e controllatissimo Gabriel Byrne, perfettamente calato nei panni dello psicologo Paul Weston (degnissimo il doppiaggio italiano), sintesi di ogni stereotipo sugli psicoterapeuti tradizionali: anaffettivi, religiosamente analitici, distanti (soprattutto dalle loro vite e famiglie, vedi il Moretti de “La Stanza del Figlio”), intrappolati nello schema di supervisori delle vite altrui, si nutrono di egocentrismo e narcisismo sconfinato e cieco.

Quattro pazienti (anzi cinque perche’ abbiamo una coppia di coniugi), quattro giorni di terapia piu’ un quinto in cui “Paul si riposò”, facendosi analizzare egli stesso da una vecchia collega  (Gina) con cui imbastisce un singolare rapporto teatrale e sopra le righe, alquanto improbabile e deontologicamente al limite.

Pochissima variazione di riprese, che vedono la supremazia del “campo controcampo”, che restituisce il senso della “partita” giocata durante l’analisi tra terapeuta e paziente, e che nutre lo schermo di (solo) parole e sguardi, in un susseguirsi di scene “sedute” (raramente qualcuno si alza dalle poltrone o dai divani, autentici personaggi ulteriori) ed estremamente dialogate, che lasciano intendere un parolaio focoso, brillante, ricercato e capace di reggere per intero la quasi totalita’ delle 45 puntate, in un progetto ambizioso e ardito.

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Magari cosi’ sara’ stato per “BeTipul”, popolare serie israeliana da cui il “nostro” InTreatment e’ tratto, ma non sempre un remake riesce degno dell’originale.

In Israele “BeTipul” è diventato un fenomeno sociale e televisivo, che ha fatto incetta di premi a destra e a manca come miglior serie drammatica, miglior regista, miglior sceneggiatura, miglior attore e attrice e ottenendo ascolti record. Osannata dai giornali locali come uno show “superlativo” (Haaretz: “la più importante serie drammatica mai fatta da Israele, prova che il minimalismo in televisione può generare la massima qualità”; Maariv: “la cosa più simile alla letteratura che si può trovare in tv”; Yedioth Ahronoth: “i più sublimi e fini dialoghi mai visti sugli schermi israeliani”), il progetto ha dunque sedotto la Hbo (Sex And The City) che e’ corsa ad accaparrarsene i diritti e ha messo in piedi una squadra di talenti per reduplicare qualita’ letteraria (ecco Garcia) e capacita’ interpretative (Byrne, ma quasi tutti gli attori se la cavano con buone performance, in particolare la Mia Wasikowska che da’ volto, tenacia e fragilita’ alla giovane Sophie).

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Tutti i criteri del primigenio successo israeliano vengono mantenuti, compreso il minimalismo e la grande attenzione per i silenzi, che vengono filmati e inseriti nella visione, come intelligente momento di evoluzione delle consapevolezze del paziente, che tace a lungo una volta giunto di fronte all’inevitabilita’ della sua condizione, che scoperta e disvelata lascia muti, proprio come accadrebbe nella vita.
Eppure qualcosa non gira.

Nonostante rispondano “presente” all’appello intuizioni comunicative sui generis e una buone dose di novita’, qualcosa del brio e del guizzo originale va perduto, ad appannaggio di una regia non sempre sapiente, che allivella quei campo/controcampo che dovevano essere il punto di forza di un progetto innovativo anche in termini di inquadrature, rendendolo in fine spesso solo piatto e ripetitivo, proprio come i tanto decantati dialoghi.

A volte sottili tracce di un inconscio parlante, troppo di frequente risuonano invece prevedibili, azzoppati e spuntati dell’acume di cui si e’ tanto favoleggiato.

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I rapporti fra Paul e i suoi pazienti (come fra Paul e Gina, of course), si evolvono in modo anticipabile, e le sedute rivelano molto meno di quanto ci si aspetterebbe circa le scappatoie che l’animo umano mette in atto, reiterando schemi e antiche strategie disfunzionali.

Lo stesso Paul ne e’ (ovviamente) vittima, ma anziche’ articolarsi in un particolare labirinto comportamentale, si dimena goffamente nella piu’ classica delle crisi di mezz’eta, che si traduce nel piu’ banale degli interrogativi: farsi o non farsi la paziente giovane, bella e sessualmente promiscua?

Insomma, tanto rumore per nulla, e quella che doveva essere un’originale cornice minimal si traduce nei fatti in un roboante e pretenzioso progetto che poco ha delle sue caratteristiche iniziali (quelle attribuite a “BeTipul”), e non rispetta il patto implicito con lo spettatore, a cui viene promesso un prodotto avvincente e sorprendente, e si ritrova invece, settimana dopo settimana, a rivedere piu’ volte sempre la stessa sequenza: Paul, un paziente, un divano, un bicchiere d’acqua che si riempie (immagine feticcio), frasi che si rincorrono, ma troppo spesso non vanno da nessuna parte.





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