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Stampa Articolo Pubblica 8 Marzo 2010: Donne, nonostante tutto su Facebook Ascolta 8 Marzo 2010: Donne, nonostante tutto Data: 11 marzo 2010
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8 Marzo 2010: Donne, nonostante tutto




Non tutti, forse, sono a conoscenza del fatto che le vere origini della festa della donna risalgono al lontano 1908, quando cioè pochi giorni precedenti questa data, delle operaie newyorkesi di un’industria tessile sfinite dalle terribili condizioni lavorative, decisero di indire uno sciopero.


Quest’ultimo si protrasse per alcuni giorni, sino a quando l’8 marzo il dispotico e vendicativo datore di lavoro bloccò tutte le porte della fabbrica dando fuoco allo stabilimento. 129 operaie morirono arse in quella bara fiammeggiante. Questa data, grazie anche a personaggi come Rosa Luxemburg, assurse così a giornata internazionale di lotta in favore dei diritti delle donne. Dietro alle mimose e agli omaggi di circostanza c’è di più dunque…

E proprio in armonia con il più autentico significato di questa festa, l’Assessorato alle Pari Opportunità della Regione Piemonte ha promosso una maratona di film a tema al cinema Romano. Organizzata da Aiace Torino, l’iniziativa a ingresso gratuito e rivolta a tutta la cittadinanza, ha proposto una riflessione sul ruolo, sulle effettive libertà, sulle potenzialità individuali e collettive delle donne nel mondo occidentale e non solo, tramite quattro opere caratterizzate da una serie di personaggi femminili al centro di vicende personali o corali.

In quelle società patriarcali nelle quali le donne sono ancora viste come portatrici dell’onore della famiglia (proprio in questi giorni ha fatto il giro del mondo la notizia che un’adolescente turca è stata sepolta viva dal padre e dal nonno per aver frequentato degli uomini), quello delle gravidanze indesiderate è ancora un tema incandescente. Anche Hollywood ha speso di recente due parole sull’argomento con Waitress-Ricette d’amore (2007) di Adrienne Shelly, Knocked up (Molto incinta, 2007) di Judd Apatow e Juno (2008) di Jason Reitman, per mostrare, però il grado di maturità e consapevolezza raggiunto alle nostre latitudini da coloro che vivono tale avvenimento.

Prima pellicola della rassegna torinese, la commedia di Reitman vincitrice della seconda edizione della Festa internazionale del Cinema di Roma, mostra come in una famiglia della media borghesia occidentale, il solenne evento venga sempre più metabolizzato con un atteggiamento tra l’ironico e il compito.

Soprattutto la protagonista (una straordinaria Ellen Page le cui multiformi espressioni hanno qualcosa di unico), vive la situazione sospesa tra l’ingenuità dei suoi anni e la responsabilità dell’età adulta che si approssima con la maternità. Anche Caramel (2007) di Nadine Labaki e Due partite (2009) di Enzo Monteleone, rispettivamente seconda e terza pellicola della maratona cinematografica sabauda, presentano una galleria di personaggi e di situazioni che riescono ad avere una tale verosimiglianza da escludere qualsiasi traccia di finzione.

Le donne che animano il microcosmo mediorientale di Caramel, lavorano in un istituto di bellezza: Layale (Nadine Labaki) che ama un uomo sposato, Nisrine (Yasmine Al Masri) che sta per sposarsi con l’imbarazzante segreto di aver già perduto la verginità, Rima (Joanna Moukarzel) che non riesce ad accettare la sua omosessualità, Jamale (Gisèle Aouad) che non riesce ad accettare di invecchiare e infine Rose (Siham Haddad) che ha speso gli anni migliori della sua vita per accudire la sorella Lili (Aziza Semaan), parlano dal loro piccolo angolo di Beirut di cerette al caramello e acconciature alla moda, di sesso e maternità, così come di guerra e di tolleranza fra cristiani e musulmani con quella discrezione e quella intimità tipiche del sesso femminile.

Lo sguardo della Labaki sulle dolci malinconie quotidiane delle sue eroine si condensa esteticamente sullo stile delle opere di certi maestri fiamminghi (viene in mente il Jean Van Eyck de La Madonna del cancelliere di Rolin o del Ritratto dei coniugi Arnolfini), e senza essere mai banale, intreccia sei storie in un unico tessuto narrativo armonico e coinvolgente. Ricorda, invece, un vivace acquerello la commedia dolce-amara di Enzo Monteleone che, rendendo giustizia all’omonima pièce teatrale di Cristina Comencini dalla quale è tratta, mostra al pubblico due epoche e due modi diversi (anche se in fondo uguali) di essere donne.

La divoratrice di libri Beatrice (Isabella Ferrari), la madre perfetta Claudia (Marina Massironi), la musicista frustrata che ha abbandonato il piano per adempiere in toto ai suoi doveri coniugali Gabriella (Margherita Buy) e Sofia (Paola Cortellesi) madre e moglie eternamente insoddisfatta, negli anni sessanta si raccolgono ogni giovedì pomeriggio attorno ad un tavolo per raccontarsi con complicità e un po’ di cinismo problemi, speranze e paure. Trent’anni più tardi Sara (Carolina Crescentini), Cecilia (Valeria Milillo), Rossana (Claudia Pandolfi) e Giulia (Alba Rohrwacher) si ritrovano intorno al medesimo tavolo nelle vesti di figlie infelici di madri infelici, rileggendo Rilke nella messianica attesa di una “umanità femminile”.

La stessa che probabilmente insegue la giovane ex infermiera Hanna (Sarah Polley), protagonista de La vita segreta delle parole (2005) di Isabel Coixet, che grazie anche all’alibi del suo handicap (è sorda), trascorre in modo ossessivo e maniacale le sue giornate, dividendosi tra la sua silente abitazione e la fabbrica in cui lavora.

Percepita come un corpo estraneo dai colleghi, la giovane, anche per questioni di “quieto vivere” sindacale, decide così di tornare alla sua vera professione e di trascorrere un periodo di vacanza su una piattaforma petrolifera, nel bel mezzo del Mare del Nord, ad accudire l’operaio Josef (Tim Robbins) temporaneamente cieco per le gravi ustioni procurategli da un incidente. I due, immergendosi nel dolore dei rispettivi ricordi, riusciranno a liberarsi delle inquietudini che lacerano le loro esistenze.

Anche quest’ultimo film proposto dalla maratona torinese, conferma che l’identità femminile, nonostante il tempo che trascorre, il lavoro e i legami sentimentali, resta fortemente radicata nella volontà di poter decidere del proprio destino. Un quid, un perno di sensatezza che nel vorticoso alternarsi di allegria, fatica e dolore, significa oggi come ieri, essere donna.


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